Riuscita a sopravvivere alla ricostruzione del dopoguerra, l’Italia degli anni ’60 attraversa il cosiddetto boom economico che si manifesta con una frenesia del consumo, lo sviluppo di nuove tecnologie e il proliferare di nuovi e sempre più numerosi status symbol (l’automobile, per esempio). Anche dal punto di vista politico è un decennio di grandi cambiamenti: dopo anni di strapotere della DC, il governo passa al centro-sinistra e si assiste al crescente istaurarsi della classe borghese che spesso si identifica con l’”Italiano tipo”.
Il cinema italiano sente l’influenza di questi mutamenti e registra immediatamente la scossa e le conseguenze che questa ondata di cambiamenti sociali stava provocando: nasce la commedia all’italiana che si discosta dalla commedia italiana leggera e disimpegnata del decennio precedente poiché, accanto alle situazioni comiche e agli intrecci tipici della commedia pura, riesce sempre ad affiancare, con ironia, una pungente e talvolta amara satira di costume. Se la commedia degli anni ’50 intendeva il matrimonio e il lavoro i capisaldi su cui si reggeva l’integrazione sociale, negli anni ’60 trasforma entrambe le istituzioni in forme di reclusione forzata da cui rifuggire. Avviene così che le figure dominanti della commedia all’italiana siano quelle di disgregazione:non più il matrimonio ma il divorzio e l’adulterio, non più il lavoro ma espedienti spesso non legali per uscirne (la truffa, il raggiro), non più l’inserimento sociale, ma la fuga, non più l’accettazione delle regole, ma loro trasgressione.
Non è un caso che il film che segna l’inizio di tale filone, Divorzio al italiana (Pietro Germi, 1961) racconti i tragicomici tentativi del barone Ferdinando Cefalù di sbarazzarsi della moglie attraverso una macchinazione che si appoggia al codice penale che allora giustificava il delitto d’onore.
La commedia all’italiana ricorre alla strategia della stereotipizzazione, ossia sostituisce i personaggi con delle maschere, mette in scena i tic invece del comportamento, mette in scena tipi sociali (il barone Cefalù è l’emblema della “sicilianità”) facendo uso di toni spesso grotteschi e un genuino cinismo che ci fanno ridere a denti stretti.
La commedia all’italiana rivela il comico che si cela dietro la vita qualunque della quale ci troviamo a ridere: ridere di quanto è abitudine, norma, ripetizione, quotidianità. Essa rende interessante, in tal modo, il soggetto “qualunque” di cui ne esalta la meschinità, l’incapacità ad adattarsi agli altri. Il caso più rappresentativo di questo tipo di “nuovo italiano” è raccontato dal film I mostri (Dino Risi, 1963), un film a episodi che è un susseguirsi di personaggi e situazioni che ci dimostrano come non esista più una morale da seguire perché è completamente rovesciata e questa appare ai protagonisti come l’unica via percorribile per sopravvivere.
Se la commedia mette in scena personaggi popolari che tentano la strada di una non conformistica sopravvivenza attraverso l’arte dell’arrangiarsi, allo stesso modo racconta di adattamenti grotteschi fatti da una società di piccoli seduttori caserecci, arrampicatori sociali, piccoli industriali e avventurieri borghesi sui quali fa leva il mito del miracolo economico e che alla fine rimangono puntualmente frustrati.
I protagonisti della commedia si ergono superiori agli altri perché si considerano tra i pochi che hanno trovato uno stile di vita non conformista, ma nel corso della storia li scopriamo il più delle volte infelici e privi di una identità ben radicata: è il caso di Bruno (interpretato da Vittorio Gassman) ne Il sorpasso (Dino Risi, 1962), un uomo apparentemente soddisfatto e in completa pace con se stesso ma che, con lo scorrere del tempo, scopriremo senza prospettive e con soli rimpianti; oppure ci imbattiamo in personaggi che si rivelano completamente adeguati alle norme sociali come Silvio (interpretato da Alberto Sordi) di Una vita difficile (Dino Risi, 1961) che tenta di essere sopra le regole, lontano dalle norme ma in realtà alla fine si adegua al sistema e ne diventa anche schiavo.
La commedia all’italiana si esaurisce con gli anni ’60: nel decennio successivo gli autori faticano a raccontare il presente e la commedia perde la capacità di sintonizzarsi con la contemporaneità. Dovrà aspettare gli anni ’80 per riconoscersi, insieme a Troisi, Benigni, Moretti, Verdone, Nichetti e molti altri in una nuova generazione di comici e una stagione innovativa per la commedia.
Esercizio.
Ti è stato assegnato un film che si suppone appartenere al genere "commedia all’italiana". Scrivi:
1. Il titolo del film, il nome del regista, del soggettista e dello sceneggiatore, l'anno di produzione, e una breve sintesi della trama.
2. Individua all’interno del film i personaggi più significativi e prova a farne un’analisi alla luce degli elementi più importanti presenti nella commedia all’italiana. Rappresentano degli stereotipi? Se sì, descrivi i comportamenti e i tratti più significativi della loro personalità. Qual è l’obiettivo dei loro comportamenti? Vanno nella direzione dell’integrazione sociale oppure dell’anticonformismo? Riescono a raggiungere i loro obiettivi?
Ricordati di riportare i nomi dei personaggi e tra parentesi il nome degli attori che li interpretano.
3. Il finale del film. Che interpretazione ne dai, anche alla luce delle caratteristiche del genere “commedia all’italiana”?
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La commedia all'italiana è un genere che ebbe grande successo in Italia e all'estero tra la metà degli anni '50 e la metà degli anni '70. Fu un genere fondato sulla sceneggiatura e sugli attori che si proponeva un approccio critico e allo stesso tempo popolare alla realtà sociale. |
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