IL POLIZIESCO


Il poliziesco (che gli anglosassoni chiamano police procedural o police crime drama) è basato sul racconto delle indagini svolte da membri di forze di polizia per arrestare gli autori di un crimine. I protagonisti è di solito un poliziotto di medio livello accompagnato da un aiutante, oppure sono due poliziotti ugualmente protagonisti o, più raramente, una intera squadra. Queste fiction mettono in rilievo la struttura e l’efficienza di una particolare forza di polizia nel condurre indagini svolte con sistemi scientifici e “in strada”. Il finale vede sempre l’arresto o l’uccisione del colpevole e la vittoria delle forze dell’ordine. 

Il poliziesco si differenzia dal mystery perché la scoperta di un mistero (chi è l'assassino, o il ladro) non è il centro dell’interesse del film. Anzi: spesso l’identità del “cattivo” è nota sin dall'inizio o la si scopre nel corso del film. L'attrattiva di questo genere risiede nell'assistere al dispiegarsi della tela che incastrerà l’antagonista. Il climax coincide con il momento altamente drammatizzato in cui i poliziotti riescono a catturare o a uccidere i malvimenti in sequenze molto movimentate. 

Vi sono dei luoghi caratteristici del genere che servono ad evidenziare gli strumenti di cui gli investigatori dispongono per perseguire i criminali e il cui utilizzo porterà a identificare o a prendere il criminale: autopsie, raccolta di prove di laboratorio, sollecitazione di testimoni, interrogatori, intercettazioni, ricerche al computer. Il poliziesco inoltre, a differenza del mystery, ha una forte componente action: l’inseguimento e lo scontro fisico o a fuoco sono dei momenti inevitabili del genere.

Il protagonista o i protagonisti sono mostrati spesso anche nella loro dimensione personale. Le scene che mostrano i rapporti dei protagonisti con i colleghi o con i familiari servono ad intervallare quelle dedicate al procedere delle indagini. I tipi psicologici possono essere i più vari, ma devono essere ben caratterizzati poiché il poliziesco è tutto sulle loro spalle, dato che agli antagonisti è lasciato solo lo spazio necessario a mostrare la loro assenza di scrupoli e alle vittime giusto il tempo di piangere. I poliziotti protagonisti possono eccedere nella violenza (nel qual caso solitamente viene loro fatto pagare un prezzo), possono violare delle regole e persino delle leggi pur di arrivare alla loro preda, ma devono apparire al pubblico assolutamente ligi al proprio dovere, onesti e dediti all’obiettivo che si sono prefissati.

Il poliziesco si differenzia dal thriller, perché il suo eroe non è un uomo qualunque, ma una persona dotata di risorse e con alle spalle una struttura che tendenzialmente lo protegge. La domanda che si pone il pubblico non è "ce la farà a sopravvivere?", ma: "in che modo riuscirà a sconfiggere il criminale?" Si differenzia però anche dall’action thriller perché l’eroe di quest’ultimo è sempre un “irregolare” e per di più si trova incastrato, e a volte braccato, proprio dalle forze dell’ordine. Nell'action thriller la domanda è quella classica del thriller: "ce la farà a cavarsela?" Anche se sappiamo che un po’ di risorse per difendersi ce le ha. 

Il poliziesco a dispetto delle apparenze non è un genere dove abbonda la verosimiglianza. Nella realtà i corpi di polizia non danno vita ad inseguimenti rocamboleschi per le strade o a sparatorie tra la gente, perché degli innocenti potrebbero venire coinvolti. Scene di quel tipo sono invece indispensabili nel poliziesco. Per aumentare la statura dell’eroe, inoltre, gli si impone di affrontare da solo o con pochi uomini dei nemici pericolosissimi, quando nella realtà la polizia può solo intervenire con forze soverchianti. 

Il fatto che il poliziotto sia inserito in un gruppo, dà modo ai film di questo genere di tratteggiare tutta una serie di personaggi secondari. Uno è il “capo”. Solitamente saggio e paterno: la sua funzione è quella di moderare l’ardore dell’eroe, che è sempre disposto a correre rischi terribili e a violare qualche procedura pur di acciuffare il criminale. 

Negli anni ’70 vi furono dei film dove era drammatizzata la contrapposizione del poliziotto con il resto del suo corpo di appartenenza, e soprattutto col “capo”. Gli anni ’70 avevano visto un pubblico contestatario chiedere film impegnati ed orientati in senso progressista. Ma una parte della popolazione era invece preoccupata e interpretava il cambiamento e le proteste come pericolose derive verso il caos. Questi film vennero incontro a quel tipo di pubblico conservatore mettendo in scena una società degradata, priva di moralità, dominata dalla criminalità e in cui il sistema giudiziario e repressivo venivano dipinti come troppo deboli ed indulgenti. Gli eroi erano dunque detective o commissari molto determinati a combattere il crimine anche con metodi illegali e violenti, se necessario in contrapposizione ad uno Stato ritenuto troppo debole. Questi film ebbero molta fortuna negli USA con il filone dell’Ispettore Callaghan e in Italia con il genere chiamato poliziottesco.

Il poliziesco non ebbe mai nel cinema al contrario della tv la forza di diventare genere, se non in questo periodo, dove poterono apparire storie la cui violenza non poteva essere proposta nelle serie televisive (dove invece apparivano poliziotti rassicuranti formato famiglia). Bullitt (r. di Peter Yates, 1968) mostrava un poliziotto ribelle e dai modi spicci e aprì la strada a un nuovo approccio. In Il braccio violento della legge (The French Connection, r. di William Friedkin, 1971) si vedevano poliziotti violenti, ubriaconi e inseguimenti mozzafiato. Ma è con Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo (Dirty Harry, r. di Don Siegel, 1971) che il genere acquisì il suo definitivo formato. Fu uno dei pochi generi "reazionari" di quegli anni: mostravano poliziotti in conflitto con superiori che mettevano avanti il rispetto delle regole e dei diritti civili soffocando i ruvidi ma efficaci modi dei loro sottoposti favorendo così la delinquenza. Dato che a differenza delle serie tv questi poliziotti agivano praticamente da soli senza l'appoggio della struttura, la distinzione dal thriller è divenuta assai sottile. Il genere si fece veicolo dei sentimenti di quella parte di popolazione che aveva vissuto gli anni della contestazione come un periodo confuso e pericoloso e che chiedeva un rapido ritorno all'ordine e a uno stato forte e dunque trovava una soddisfazione consolatoria nella visione di film in cui si vedeva identificato nel ruolo di giustiziere solitario. 

Della stessa tendenza (che potrà definitivamente affermarsi negli anni '80) è il filone sui giustizieri: un individuo solitario, rabbioso, fondamentalmente depresso, subisce una grave ingiustizia (di solito "delinquenti") e si trova a non poter far ricorso alla giustizia ordinaria (polizia, giudici, ecc.) perché troppo debole e burocratizzata per affrontare il crimine; costretto ad agire da solo, sgomina alla fine nemici di gran lunga superiori per numero e forza. Il prototipo: ll giustiziere della notte (Death Wish, r. di Michael Winner, 1974), seguito da quattro sequel nel corso degli '80. In questi film i criminali sono sempre crudelissimi e senza giustificazione e la vendetta sanguinaria dell'eroe è sempre vista come necessaria. 

Non mancarono comunque polizieschi dove venivano messi in scena poliziotti antieroici, in linea con il clima dell'epoca, ad esempio Una squillo per l'ispettore Klute (Klute, r. di Alan Pakula, 1971). 

Il genere ha avuto più fortuna con la serialità televisiva che al cinema. Una tipologia assai diffusa è stata quella fondata su due inseparabili compagni come Starsky & Hutch negli anni ’70 o Miami Vice degli anni ’80. Molte serie avevano per protagonisti un poliziotto brillante e i suoi aiutanti che non lo erano troppo, come Kojak e L’ispettore Derrick negli anni ’70. 


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