LA STRUTTURAZIONE NARRATIVA


La struttura è un elemento tipico di qualsiasi narrazione. Molti romanzi ad esempio sono suddivisi in capitoli, i capitoli in paragrafi, i paragrafi in frasi... si tratta di piccoli e grandi contenitori e organizzatori del materiale narrativo. La struttura cinetelevisiva ha però caratteristiche peculiari: rispetto a quella letteraria è più rigida. Un romanzo può essere diviso in capitoli, certo, ma nella realtà vi sono innumerevoli testi che non lo sono affatto e ciò non ha mai afflitto nessuno. Un film invece deve necessariamente procedere per unità discrete, che sono chiamate "scene". Una scena è il segmento narrativo che in maniera continua si svolge nello stesso tempo e nello stesso spazio.  Se viene mostrato un personaggio che esce di casa e va in strada abbiamo due scene. Allo stesso modo se un personaggio è ripreso in strada mentre da bambino gioca a palla e nella scena successiva lo si vede un anno dopo mentre va in bicicletta lungo la stessa strada, abbiamo due scene. Le scene sono le unità minime della narrazione cinetelevisiva; sono come tante caselle in cui deve essere distribuito il materiale narrativo: la loro dimensione e numero può variare, ma la loro esistenza è praticamente imprescindibile. Non è così in un romanzo, dove accade spessissimo che il tempo e il luogo possano variare addirittura all’interno della stessa frase. 

La suddivisione in scene del racconto filmico è dovuto a due ragioni. La prima è di carattere produttivo: per un romanziere cambiare luogo significa scrivere qualche riga in più, per un film vuol dire spostare una crew di venti persone, costruire un nuovo set, ricercare una diversa location: un romanzo può diventare un’impresa produttiva, ma non mentre viene scritto. Un film invece è sempre un investimento già nel momento stesso in cui è progettato. La seconda ragione attiene alla tipicità della fruizione cinetelevisiva: nei film gli ambienti non sono descritti, ma mostrati. Ogni volta che si cambia scena, cioè ambiente, il pubblico deve avere modo di “esplorare” il luogo, così come un lettore impiega un po’ di tempo a leggere la sua descrizione. Ma il film, abbiamo scritto, non ha tempo da perdere, e quindi può permettersi un numero limitato di queste “descrizioni”, altrimenti il pubblico sarebbe continuamente distratto dalle presentazioni di nuovi ambienti a discapito di storia e personaggi.

L’organizzazione per quantità discrete (cioé scene) del materiale narrativo, tipico dell’opera cinetelevisiva, favorisce la costituzione di strutture piuttosto solide. Indipendentemente dalle diverse scelte creative, ben difficilmente un film può sottrarsi ad una narrazione ordinata, costruita intorno allo “scheletro” dell’insieme delle sue scene. Vi sono anche autori che si sono ribellati alla naturale rigidità del racconto cinetelevisivo realizzando film dalle strutture più o meno evanescenti. L’esiguità del numero di film che ha seguito quella strada sta però a testimoniare una sorta di ineluttabilità della strutturazione del materiale narrativo, cui è davvero difficile resistere.

Molte scene sono organizzate in maniera tale da costituire sul piano narrativo un’unità dotata di una certa completezza, salvo un qualche elemento che spinge l’attenzione e la curiosità dello spettatore oltre i loro confini. Altre scene sono però sprovviste della benché minima autonomia narrativa e trovano un qualche senso solo se relazionate a quelle contigue. Se per esempio un personaggio giunge ad una casa ed apre la porta, quindi entra e lì comincia una conversazione con la moglie, le scene saranno due, perché due sono i luoghi rappresentati (fuori e dentro casa). La prima di quelle due scene, però, è in effetti totalmente “di servizio” rispetto alla successiva. La loro stretta associazione dipende dalla continuità dell’azione e dalla contiguità di tempo e spazio: il personaggio impegnato nella stessa azione passa da un luogo a quello immediatamente successivo senza sostanziale cesura temporale. Questi gruppi di scene si chiamano sequenze. 

Dato che la sequenza è legata all’azione, e dunque a un segmento di storia, sul piano dell’analisi narrativa è decisamente più importante della scena. Sul piano produttivo invece, per le ragioni che sono state sopra esposte, la scena ha un’importanza decisamente superiore. Per cui è la sequenza che diviene il crocevia dei meccanismi narrativi che abbiamo visionato più sopra, soprattutto per quanto riguarda tessitura e progressione.

Mentre una scena è chiaramente identificabile, non sempre accade lo stesso con una sequenza. Dato che in un film le scene sono comunque concatenate le une alle altre, a volte diventa piuttosto opinabile sul piano analitico identificare la fine e l’inizio di una “azione”, specie nel caso in cui due azioni importanti si sovrappongano. Un secondo criterio per distinguerle può essere la continuità della presenza del personaggio, recuperando il concetto di focalizzazione che si è trattato precedentemente. Si consideri di nuovo l’esempio precedente. Prima scena: il padre arriva a casa; seconda scena: il padre conversa con la madre, ad un certo punto appare il figlio, scambia alcune battute ed esce; terza scena: il figlio è fuori casa; quarta scena: il figlio è ad una fermata di un bus che sta chiamando la sua ragazza. In questo caso si hanno due sequenze: la prima, costituita dalle prime due scene, si basa sull’azione del padre e dalla sua costante presenza, la seconda, con due scene, che inizia da quando il figlio esce. è vero che il figlio appare già nella seconda scena, ma in quel contesto non è il protagonista, è di passaggio; è solo da quella successiva che la focalizzazione narrativa si concentra su di lui. Ci sono comunque margini interpretativi che obbligano a considerare la narrazione nel suo complesso. Poniamo ad esempio che il film sia in gran parte focalizzato sulla fidanzata del figlio: in questo caso tutte e quattro le scene che si sono descritte potrebbero essere considerate come un’unica sequenza introduttiva. 

La sequenza corrisponde ad un precisa fase del lavoro della sceneggiatura: quella che segue il soggetto. Normalmente prima di passare al trattamento si stende una scaletta, sia in campo cinematografico che televisivo, che non è altro che l’insieme dei punti narrativi che dovranno essere sviluppati. Si tratta, grosso modo, dell’elenco dei titoli di quelli che diverranno poi delle sequenze.

Nella gran parte dei film le sequenze non si susseguono con le stesse caratteristiche in maniera continuativa, ma tendono ad “aggregarsi” in gruppi omogenei, che possiamo chiamare blocchi narrativi. Data la brevità delle narrazioni cinetelevisive questi blocchi sono in numero piuttosto ridotto in ogni film. 

Questa tendenza rafforza grandemente lo scheletro del racconto, la sua chiarezza e la sua sintesi. Il pubblico può essere più o meno sorpreso da un certo finale ma sarà soddisfatto complessivamente di ciò che ha visto se avrà la percezione di una coerente, ordinata e logica struttura a sostegno del film. Del resto ciò accade anche nella vita quotidiana: siamo più soddisfatti quando assistiamo a discorsi, interventi, comunicazioni dalla forte struttura interna. I blocchi sono la spina dorsale del sistema osseo della struttura narrativa.

Abbiamo affermato che i blocchi narrativi sono insiemi di sequenze, ma cosa le lega? Il criterio dominante secondo il quale le sequenze si agglutinano in blocchi non é lo stesso per tutti i film. Esso dipende dalla forza che esercita in un film uno o l'altro dei fattori della composizione. Nella gran parte dei film la progressione è più importante della tessitura: i blocchi narrativi saranno distinguibili dunque per le diverse caratteristiche "grafiche" della curva di coinvolgimento. In questo caso i blocchi prendono il nome di "atti". Se in un film è invece decisiva per la sua struttura la divisione temporale, ad esempio nel caso si racconti una vicenda lungo l'arco di diversi anni, oppure costruita su flashback, allora i blocchi si chiameranno sezioni e uniranno le sequenze temporalmente contigue. Nel caso in un film il fattore compositivo fondamentale sia la tessitura, ad esempio quando si racconta una storia basandosi su diverse focalizzazioni, allora si parlerà di capitoli. Se le aggregazioni risponderanno a criteri variabili, si può parlare di macrosequenze. Più raramente i criteri ordinatori si riferiscono ad altri elementi narrativi. Non sono gli unci blocchi possibili: i film possono essere divisi anche secondo il punto di vista, come Citizen Kane, ad esempio.

Si deve tener presente che a livello di analisi l'individuazione dei blocchi deve scontare una certa flessibilità: qualsiasi sia il criterio dominante, comunque il blocco narrativo non sarà mai perfettamente omogeneo. I blocchi narrativi possono essere più o meno forti e definiti, più o meno omogenei. Più il blocco al suo interno sarà omogeneo, piú i suoi confini saranno definiti, e più la struttura sarà solida. L'aggettivo non deve essere preso nella sua accezione necessariamente positiva. Vi sono film dove i blocchi sono estremamente differenziati e in cui oltre alla fortissima discontinuità di tempo e luogo vi è anche quella di altri elementi narrativi, come se ci si trovasse con film diversi, se non fosse per la forte persistenza tematica, o il ricorrere di qualche personaggio. In questo caso si parla di “parti”.


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La strutturazione nella narrazione cinetelevisiva
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Scheda di lavoro sulla struttura narrativa
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La struttura narrativa de "L'uomo con la macchina da presa".


La struttura narrativa de "Sommersby".