THE HATEFUL EIGHT


“The Hateful Eight” è ambientato alcuni anni dopo la fine della guerra civile USA, nel Wyoming innevato, e si svolge lungo un arco narrativo di una giornata. Racconta di un cacciatore di taglie, John Ruth, che sta conducendo alla forca una certa Daisy Domergue la quale, insieme ad alcuni imprevisti compagni di viaggio (un altro cacciatore di taglie, Marquis Warren, e Chris Mannix, sedicente sceriffo del paese verso il quale sono diretti, Red Rock), è costretto a fermarsi in una locanda a causa di una bufera. Ad attenderli c’è però la banda di Daisy, decisa a liberarla, e che aspetta il momento opportuno per agire.

Lo story concept fondamentale sul quale si basa il film è “The Thing” (1982, USA), pellicola di genere fantastico che narra di un gruppo di persone isolate in Antartide alle prese con un alieno che può assumere sembianze umane: nel chiuso della base i personaggi si sospettano e si sterminano vicendevolmente fino a che solo due sopravvivono. Il film era un remake di “The Thing from Another World” (1951, USA) che in realtà si basava su un altro story concept, quello di un gruppo di umani minacciato e decimato da un essere estraneo, dal quale sono nati molti film tra i quali “Alien” (1979, USA). Quello di “The Thing” è il nucleo principale di “The Hateful Eight” perché, al di là dell’ambientazione e di altri riferimenti, il film costruisce la sua progressione drammatica sullo scontro interno al gruppo fino al massacro finale.

Però in “The Hateful Eight” di story concept se ne trovano altri tre. Uno è quello del prigioniero che deve essere scortato in prigione mentre la banda di appartenenza fa di tutto per impedirlo, sul quale è basato ad esempio, per rimanere in ambito western, “3:10 to Yuma” (1957, USA). Questo story concept costituisce il pretesto narrativo principale per giustificare lo scontro interno alla locanda. E’ presente poi lo story concept delle presenze demoniache nascoste in una casa isolata: “The Evil Dead” (USA, 1981). Questa fonte di ispirazione domina le ultime sequenze del film, quando si scopre che l’antagonista più pericoloso è nascosto sotto la botola. Infine, prevalente nel capitolo quattro, vi è lo story concept tipicamente mystery dell’assassino interno ad un gruppo isolato e progressivamente decimato, inventato da Agatha Christie nel 1939 con “Ten Little Niggers”. Al romanzo si sono ispirati una decina di film, tra i quali “Mindhunters” (USA, 2004), dove si narra di un gruppo di agenti FBI spediti su un’isola deserta e uccisi uno alla volta da un serial killer che si nasconde tra loro.

Che in un film siano presenti, con consistenza differente, più story concept, è molto frequente. Pensiamo a "Titanic" (1997, USA) che mette insieme lo story concept di “Romeo e Giulietta” con quello tipico dei disaster movies. Gestire però più nuclei narrativi diventa impresa ardua in fase di sceneggiatura: uno story concept “da solo” facilita lo sviluppo della storia, poichè offre una serie di passaggi testati e funzionali. Quando però lo si fonde con altri, il meccanismo narrativo si complica e corre il pericolo di incepparsi o di girare a vuoto. E’ quanto accaduto a Tarantino. 

A proposito della prima parte del film qualche critico entusiasta ha citato il classico westernStagecoach” (1939, USA). Non basta però mezzora di diligenza per fare un John Ford. In quel film Ford aveva utilizzato il viaggio per tratteggiare i personaggi come “tipi sociali”, apparentemente ottocenteschi, in realtà corrispondenti alle classi degli anni ’30 (il banchiere, il lavoratore, l’emarginata, la classe media, ecc.) e funzionali al discorso politico filo-new deal che voleva proporre (la nazione USA unita, ma senza gli “speculatori”, contro il nemico comune). Nel film di Tarantino, invece, il viaggio non è il film, ma solo una lunga premessa che, se fosse stata riassunta in due minuti, il racconto non ne avrebbe minimamente risentito. Le rispettive convinzioni dei personaggi, infatti, vengono più volte ribadite anche all’interno della locanda, quindi non vi era la necessità di porle anche in premessa. La vicenda mystery, inoltre, è introdotta nel film in maniera del tutto artificiosa. John Ruth dichiara ai suoi compagni di viaggio che all’interno della locanda alcuni sono in combutta con la prigioniera ed aspettano solo il momento opportuno per aggredirli: da dove ha dedotto questa sua convinzione? Il film non ce lo mostra, e i suoi compagni di viaggio non si preoccupano nemmeno di chiederglielo. Non sapendo molto bene come gestire i diversi spunti narrativi che mette nel calderone, Tarantino improvvisamente, a metà film, fa spuntare una voce off che ci spiega quello che era accaduto ma non ci era stato mostrato: l’avvelenamento del caffè, e gli accadimenti precedenti all’arrivo della diligenza. Evidentemente i “normali” mezzi narrativi non gli erano sufficienti per sbrogliare la matassa. Nell’ultima parte il film si trasforma in uno splatter, inserito a forza in un film che non lo è. Gli splatter infatti rispondono alla convenzione, accettata dal loro pubblico, che nel film accadono cose del tutto assurde, così assurde che, per quanto truculente, suscitano il riso. Ma se durante gran parte del film si è aderito ad un certo realismo, poi improvvisamente è dura accettare, ad esempio, che due personaggi possano vomitare a spruzzo litri di sangue un minuto dopo aver sorseggiato un caffè avvelenato, un effetto che nessun veleno ovviamente è in grado di produrre, se non si accetta di trovarsi in uno splatter. La noncuranza mostrata da Tarantino nei confronti di una plausibilità minima, pur interna alle logiche di genere, a volte stupisce: nella fretta ha fatto attaccare da uno dei cattivi una pistola sotto il tavolo, quando il nastro adesivo sarebbe stato inventato solo ottant’anni dopo i fatti narrati. 

A pagare il prezzo della pessima miscelazione delle fonti narrative sono i personaggi, con il sacrificio della coerenza interna e dell’approfondimento caratteriale. Ve ne sono alcuni che non riescono a diventare nemmeno macchiette, come i quattro componenti della banda di Daisy, che sono più o meno intercambiabili, se si esclude che uno fa la parte dell’inglese ovviamente raffinato e un altro quella del messicano ovviamente grossolano. Daisy ci viene presentata per larga parte del film come una sorta di rozza demente, dopodiché, improvvisamente, diventa una incantevole e dolce chitarrista, e alla fine si trasforma in una sorta di furbissima strega scappata dal set di un film horror

Non condividiamo le critiche che sono solite piovere su Tarantino e che l’hanno colpito anche in questa occasione. Ad esempio è difficile affermare che egli sia, in generale, un misogino, quando ha regalato al cinema splendidi e forti ritratti femminili. Parimenti non condividiamo gli attacchi sull’eccesso di violenza che caratterizzerebbe i suoi film. Si tratta di una violenza esagerata, iperbolica, surreale che è impossibile possa attivare qualsiasi processo di emulazione. Diciamo però che questo film fa di tutto per accreditare quelle ingiuste valutazioni. La prigioniera Daisy viene pesantemente e gratuitamente pestata da due dei personaggi “positivi” del film (Ruth e Marquis), senza che nemmeno ci si prenda la briga di spiegare perché meriterebbe questo trattamento: ad esempio non viene mai spiegato qual è il delitto per il quale verrà portata alla forca. Per tutto il film ogni personaggio l’apostrofarla ripetutamente come “bagascia” e “puttana”. E alla fine i due sopravvissuti, Marquis e Mannix, seppur moribondi, investono tutte le proprie residue energie non per spararle ma per… impiccarla. E questo in ricordo del defunto John Ruth, quello che la prendeva a gomitate in faccia appena apriva bocca. Dopodiché la osservano tutti e due soddisfatti mentre agonizza tirata per il collo. Il perché di tutto questo odio non viene spiegato a nessun livello: si tratta dunque di un’azione puramente sadica, e il pubblico viene sollecitato a goderne proprio da quel punto di vista.  

E’ stato scritto che questo film sarebbe uno dei più “politici” di Tarantino. Tarantino non è un autore politicizzato, ma è indubbio che in generale, nella gran parte dei suoi film, simpatizzi in maniera aperta coi perdenti della Storia: le donne, i neri, gli ebrei durante la seconda guerra mondiale… Tarantino ha probabilmente realizzato più film "antibianchi" dello stesso Spike Lee ed è stato tra le pochissime star cinematografiche a manifestare pubblicamente contro i poliziotti dalla pistola facile che hanno fatto strage di ragazzi neri, qualche mese fa, pagando anche un qualche prezzo. E pure in questo film il nero Maquis emerge come uno dei personaggi “simpatici” del racconto. Ma nel momento in cui Tarantino fa sopravvivere Marquis e Mannix e mette in scena nella conclusione la loro splendida intesa, introduce come minimo un elemento di confusione politica. Mannix è un razzista orgoglioso delle imprese stragiste antineri del padre e lo rivendica fino alle ultime sequenze. La loro affettuosa alleanza finale, sicuramente non è significativa di alcun messaggio politico conciliazionista, certo però non vi troviamo nulla di particolarmente progressivo. 

Il film, dobbiamo dirlo, non si salva nemmeno per altri aspetti, oltre a quelli più strettamente narratologici. Dato che i personaggi non sono coerenti in sè, oppure sono solo abbozzati, agli attori costa una gran fatica interpretarli, e sembra che recitino per tutto il tempo la parte di personaggi che recitano i personaggi di Tarantino. Poi. Morricone è uno dei grandi della musica per film, eppure i pezzi da lui scritti sono fortemente e involontariamente stridenti con la parte visiva che accompagnano: il brano che introduce la diligenza (“L’ultima diligenza per Red Rock”), ad esempio, è coinvolgente, ma inutilmente epico. Di tutte le contaminazioni di questo film, infatti, quella epica è l’unica assente, pur trattandosi, formalmente, di un western, genere di solito ricco di questa tonalità. Le scelte aggiuntive di Tarantino inoltre rendono la musica di Morricone ancora più estranea al tutto (“Apple Blossom”, “Ready for the Times to Get Better”, ecc.). Anche l’aspetto visivo è a tratti incomprensibile. Il direttore della fotografia Robert Richardson è un grande professionista (sua la fotografia, notevolissima, di “Casinò” e “Shutter Island”), ma in questo film le sue scelte luministiche paiono bizzarre. Fa piovere all’interno della locanda una miriade di forti luci dall’alto (sparate sui tavoli) che non hanno alcuna giustificazione interna (teoricamente fuori è buio e la locanda dovrebbe apparentemente essere illuminata da candele e qualche lanterna) e che nemmeno si può dire che creino una qualche interessante e significativa atmosfera.

Sappiamo bene cosa i fan di Tarantino risponderebbero ad ognuno di questi rilievi: “l’ha fatto apposta”. I personaggi sono incoerenti? “L’ha fatto apposta, a lui non interessa la psicologia.” La miscela raffazzonata di story concept? “L’ha fatto apposta, hai presente ‘Dal tramonto all’alba’?” Il contributo musicale ibrido? “E’ una sua caratteristica. C’è in tutti i suoi film. L’ha fatto apposta.” Se Tarantino realizzasse un film costituito da una lunga ininterrotta pernacchia, i suoi adulatori continuerebbero a ripetere: “l’ha fatto apposta”. Eppure l’esercizio critico non può che basarsi sull’analisi del film in sè. Ogni film “deve star su da solo”, non può reggersi solo su ciò che conosciamo di un autore. Certo, per comprendere un’opera è importante sapere chi l’ha realizzata, quando, in che paese, ma essa deve possedere anche una logica ed una coerenza interna stringenti. 

Tarantino ha realizzato anche il semisconosciuto “Jackie Brown”, uno dei migliori film degli anni ’90: le sue caratteristiche tipiche del “tarantinismo” c’erano tutte, ma tenute sotto controllo da una rigorosa orchestrazione degli elementi narrativi, visivi e sonori. Quando però c’è un pubblico disponibile a perdonare tutto al “suo” autore, quel pubblico si aspetta una mera reiterazione di quel che ha già visto in passato. Quegli spettatori vanno a vedere non il nuovo film di Tarantino, ma Tarantino stesso di nuovo in scena, vanno ad ascoltare i dialoghi “alla Tarantino” e a godere di scene sanguinose e inoffensive “alla Tarantino”. In questo modo il validissimo Tarantino viene incoraggiato a ripetere se stesso, a fermarsi nella locanda anche se la bufera se n’è andata, e a rimanerci chiuso dentro a giocare coi suoi personaggi, senza che gliene importi più niente di raggiungere Red Rock. 


Agli studenti dell'ITSOS A.Steiner è piaciuta poco questa recensione, scritta dal loro insegnante per cinescuola.it, ritenendola come minimo poco equilibrata. Hanno così scritto le proprie controrecensioni.