METROPOLIS


Analisi formale di alcune scene

Sul film "Metropolis" (r. di Fritz Lang, 1927, Germania), una guida per ritrovare al suo interno alcuni concetti chiave espressi nel sito e nel libro di testo.


La SIGLA all'INIZIO anticipa uno dei contenuti dell'opera: la freddezza e l'inesorabile ritmo della produzione industriale. Lo stile GRAFICO rimanda agli influssi delle avanguardie artistiche che avevano sconvolto il mondo della pittura nei vent'anni precedenti. L'INCIPIT mostra il prodotto di quello che per Lang è un industrialismo esasperato: il mesto ritorno a casa degli operai a fine turno. Con un enorme ascensore tornano ai livelli bassi della città. Il tipo di recitazione è erede dell'impostazione "espressionista". E' ovvio che con la perfetta simmetria della marcia dei lavoratori e il loro movimento visibilmente artefatto, Lang non punta al realismo né tantomeno alla verosimiglianza. Semplicemente si porge allo spettatore la visione dell'essenza di un fenomeno.

In questa scena si trova una delle ALLEGORIE del film: gli operai sono sacrificati al dio della produzione industriale come gli schiavi lo erano al dio Moloch. Nella SCENOGRAFIA scelta da Otto Hunte, Erich Kettelhut e Karl Vollbrecht è evidente l'intento espressionista ed antirealista: per rappresentare l'alienazione della produzione parcellizzata (catena di montaggio, cronometraggio dei tempi di lavoro, ecc.) viene costruita una sorta di enorme quinta teatrale sostanzialmente al servizio dell'allegoria che deve "scoprire" il carattere mostruoso della moderna fabbrica. In un'altra scena (quella dove Freder sostituisce un operaio) la scelta espressionista ed antirealista è ancora più marcata: l'uomo sarà costretto tutto il tempo a spostare le lancette di un orologio, SIMBOLO della dittatura dei tempi di produzione.

Sono qui assemblate alcune inquadrature di diverse scene tratte da "Metropolis". La SCENOGRAFIA, opera di Otto Hunte, Erich Kettelhut e Karl Vollbrecht, risente dell'impressione che esercitò su Lang la visione di New York qualche anno prima. Il loro stile fonde, insieme al funzionalismo, anche un certo gusto art-decò, visibile nella "torre di Babele" che campeggia sullo sfondo. Il traffico che corre tra i grattacieli verrà ripreso da innumerevoli film di fantascienza. All'epoca per riprodurli vennero utilizzati diversi tipi di EFFETTI SPECIALI (opera di Ernst Kunstmann). La metropoli è stata riprodotta con MODELLINI piuttosto alti (anche tre metri). Le centinaia di modellini di auto furono mosse con la tecnica del PASSO UNO. L'inquadratura in cui appare anche una fila di persone è stata ottenuta con l'EFFETTO SCHÜFFTAN (uno specchio riprende gran parte dell'immagine, salvo una parte il cui fondo è stato tolto e che funziona come vetro trasparente mostrando quel che c'è dietro) ed anche la parte superiore dello stadio in cui sta giocando l'elite. Da notare che il luogo di ritrovo degli operai, dove convergono per ascoltare la profetessa, è invece in classico stile espressionista (croci plurime e di versa grandezza e sghembe, sfondo irregolare e ondulato). Sugli effetti speciali in "Metropolis": https://youtu.be/84BcdT8senc; https://youtu.be/H3yYvpxGV7g; https://youtu.be/33XjmaclZE8)

Il ginoide di “Metropolis”, chiamato nel film “Maschinenmensch”, fu il primo robot cinematografico. L’armatura era direttamente “assemblata” sul corpo dell’attrice Brigitte Helm, ed era piuttosto scomoda. La scena che segue, in cui lo scienziato Rotwang presenta la sua creazione all’industriale Fredersen, richiese nove giorni di prove e di riprese. L’apparenza è metallica, ma il materiale con cui fu costruita era il “wood putty”, una sorta di pasta di legno, poi colorata con una vernice bronzo-oro. Lo scultore-COSTUMISTA Walter Schulze-Mittendorff, che ne curò il disegno e la realizzazione pratica, riuscì a creare una figura iconica alla quale si sono ispirati poi innumerevoli prodotti della cultura popolare, dalla musica alla pubblicità. Anche il robot di "Guerre Stellari", C-3PO, deriva chiaramente da quel modello, seppure in versione maschile. 

In questa scena  la profetessa Maria è inseguita e rapita da Rotwang. E' una delle poche scene dove l'illuminazione "espressionista" viene utilizzata, non a caso nel contesto di una AMBIENTAZIONE macabra (delle poco probabili catacombe tedesche). I direttori della fotografia Karl Freund e Günther Rittau, simulano prima con luce morbida l'illuminazione di una candela, poi con un illuminatore a luce diretta una torcia.

In questa scena Rotwang trasferisce vita e sembianze di Maria al suo robot Hell. Il PERSONAGGIO dello scienziato pazzo era già popolare nella letteratura dell'800 (condensando le paure collettive di un progresso tecnologico di cui le persone avevano perso il controllo) e "Metropolis" lo portò al cinema. Da allora guadagnò crescenti fortune. La SCENOGRAFIA dove ha luogo l'esperimento è un concentrato di ciò che la cultura popolare dell'epoca pensava dovesse essere un laboratorio scientifico: un miscuglio tra una centrale elettrica e l'antro d'un alchimista. Un ambiente simile, con la stessa funzione magica assegnata all'elettricità, verrà allestito nel film "Frankenstein" (1931) con fini analoghi (infondere la vita a un corpo inanimato). I cerchi di luce intorno ad Hell sono stati ottenuti con un complicatissimo procedimento basato nel far passare intorno allo stesso ingombro (ripresi molte volte con la stessa pellicola - ESPOSIZIONE MULTIPLA) delle luci al neon. Il passaggio dal volto del robot a quello della falsa Maria è una semplice DISSOLVENZA INCROCIATA. All'armatura che tiene prigioniera Maria si ispirerà il film "Il quinto elemento" (1997) (https://www.youtube.com/watch?v=zWyjcH5tIGI).