REST ROOM

Dialoghi tra ragazzi nei bagni di scuola


Milano, Itsos A. Steiner, classI Quinte, opzionale di Sceneggiatura, a.s. 2015-2016. Insegnante: Michele Corsi. Assistenza tecnica: Maurizio Cortellini.


“Rest Room” è una web series nata a seguito del lavoro di studio e ricerca svolto in una materia sperimentale di un Istituto Tecnico, l’Albe Steiner di Milano, che ha avuto come oggetto la scrittura per fiction seriali. Per mettere in pratica i concetti sui quali avevamo riflettuto ma scarsamente praticato (la costruzione del personaggio, lo story concept, la struttura narrativa…) l’insegnante ha proposto agli studenti un format (riportato nelle pagine precedenti) per una web series, con l’obiettivo di arrivare a scriverne la puntata pilota. L’obiettivo è stato raggiunto e sorpassato: sono state realizzate diverse  puntate ed è stato realizzato questo volume che contiene gran parte dei dialoghi prodotti, anche quelli che non si è riusciti a mettere in scena. 

Le web series sono una tipologia di fiction relativamente nuova, che sta sempre più prendendo piede a livello internazionale. Questa tipologia di fiction si sta dimostrando un ottimo veicolo per inventare storie e realizzarle a basso costo, permettendo così a coloro che si trovano ai margini dalle grandi centrali produttive di farsi vedere e sentire.

Come abbiamo dimostrato, le web series sono persino alla portata delle scuole, sempre più povere. REST ROOM non è stata finanziata da alcuna entità, nemmeno dalla scuola che ne ha fatto da incubatrice. L’insegnante e gli studenti hanno lavorato non pagati fuori dall’orario scolastico. È letteralmente una autoproduzione sia nella scrittura che nella messinscena.

Il format è stato concepito dall’insegnante-curatore con una struttura tale da permettere agli studenti di essere protagonisti del suo sviluppo. I personaggi e le situazioni che essi dovevano narrare, infatti, facevano parte della loro vita di tutti i giorni. Il mandato a favore del realismo, o per lo meno della verosimiglianza, era chiaro e condiviso da tutti. L’assenza di un vero e proprio “plot”, di personaggi ricorrenti e di storylines, ha permesso di concentrarsi solo sui dialoghi, una forma di espressione abbordabile anche per sceneggiatori non professionisti.

 

Modalità di lavoro

 

I dialoghi sono quindi inventati dagli studenti, mentre l’insegnante si è riservato un ruolo di coordinamento, stimolo e revisione. In pratica ci si è organizzati, in piccolo, come una produzione di una serie tv nella fase di sceneggiatura. Com’è noto, nella produzione di serie “vere”, questa fase di lavorazione non è svolta a livello individuale. Vi è una figura, lo “script editor”, che ha inventato la storia, ma che non scrive la gran parte degli episodi o delle puntate. Queste sono invece elaborate da una squadra di sceneggiatori. Lo script editor ha il compito di coordinare il lavoro, e far sì che la scrittura dei singoli sia coerente con l’impianto della serie. Per questo lo script editor corregge, ma più spesso chiede agli sceneggiatori di riscrivere, oppure passa il lavoro ad un altro sceneggiatore perché lo riveda con più distacco. Si è riprodotta questa modalità di lavoro con l’insegnante nel ruolo dello “script editor”. 

 

Dialoghi veri e dialoghi inventati

 

La stesura di dialoghi richiede non indifferenti competenze tecniche che gli studenti hanno via via acquisito. I dialoghi infatti non riproducono la vera forma delle conversazioni tipiche della vita reale. I dialoghi “veri” sono pieni di interiezioni e ripetizioni. Inoltre non sono mai focalizzati, il tema principale spesso è il pretesto, poi sparisce, poi torna, quindi si perde… continuamente interrotto da altre linee discorsive. La riproduzione puntuale sulla carta stampata di questa modalità espressiva restituisce un testo poco comprensibile e noioso. 

E lo stesso accade anche nelle fiction cinetelevisive. Si è erroneamente portati a pensare che i dialoghi dei film o delle serie tv, al contrario di quelli letterari, siano “realistici”, ovvero somiglianti a quelli che ascoltiamo tutti i giorni. Nulla di più sbagliato. La fiction cinetelevisiva è un’arte sintetica: i dialoghi di film e serie tv sono sempre essenziali, vanno subito al punto, e obbediscono esclusivamente a due esigenze tra loro quasi sempre alternative: far andare avanti la storia, o dipingere una caratteristica importante del personaggio o del suo ambiente. I dialoghi di REST ROOM, dato che non devono sostenere l’intelaiatura di una storia complessa, restano a metà strada tra il vero e la fiction.

 

L’invenzione dei dialoghi

 

Una prima modalità di invenzione dei dialoghi è stata quella di lavorare su dialoghi realmente accaduti… registrandoli di nascosto in varie situazioni dentro e fuori la scuola. Naturalmente, dopo la registrazione, si è chiesto il permesso all’interlocutore di poterli utilizzare, ottenendo sempre, dobbiamo dirlo, un divertito assenso. Questi dialoghi comunque, come detto più sopra, pur essendo a volte molto interessanti e divertenti, fuori dal contesto reale che li avevano generati perdevano mordente ed efficacia, risultando a tratti anche incomprensibili: nei discorsi che pronunciamo nella vita reale molte frasi sono lasciate a metà, sbagliamo vocaboli, inseriamo considerazioni che sviano l’attenzione dal tema principale. Per questo era comunque necessario un lavoro di rielaborazione, col fine di sintetizzare e allo stesso tempo mantenere la freschezza e l’interesse dell’originale. 

Dopo questa prima fase di elaborazione di conversazioni realmente accadute diversi studenti hanno scoperto la felice e spontanea capacità di inventare da zero dei dialoghi realistici. Altri si sono ispirati a dialoghi appena vissuti, magari appuntandoseli. Altri ancora hanno utilizzato la tecnica del brainstorming: a gruppi di due-tre gli studenti inventavano il dialogo magari assumendo momentaneamente la parte di un personaggio o di un altro e immaginandosi come lo stesso avrebbe reagito a una certa battuta.

 

La costruzione dei personaggi

 

Tutto questo lavoro non sarebbe stato possibile se prima, nelle ore di lezione della materia, non si fosse affrontata la questione della costruzione del personaggio. Il “personaggio” è cosa diversa dalla “persona”. Le persone sono straordinariamente complesse e irripetibili, i personaggi sono più semplici ed hanno l’obbligo della coerenza interna. Dai dialoghi dunque, attraverso le battute, dovevano emergere varie tipologie di personaggio-studente. Ci si è sforzati però di non creare macchiette, tipiche di certa produzione nostrana, personaggi appesantiti da esagerazioni comportamentali che strappano una risata a spese del realismo. Si è lavorato dunque per assicurare ai personaggi una certa complessità, per quanto sia possibile in dialoghi di 40 battute. 

 

La rielaborazione dei dialoghi

 

Dopo l’invenzione si passava alla fase della rielaborazione del dialogo seguendo tre procedimenti: 

- la focalizzazione. Dei diversi temi offerti dal dialogo se ne doveva scegliere uno e concentrarsi su quello, eliminando fili secondari, a meno che non fossero “piegabili” o introduttivi a quello principale;

- la chiarificazione. Le frasi incomprensibili o scarsamente comprensibili dovevano essere eliminate oppure aggiustate, mantenendo la freschezza espositiva delle conversazioni “vere”;

- la ripulitura. Si sono rivisti i dialoghi in modo da restituire loro la lingua originale con la quale solitamente sono pronunciati dai ragazzi nella vita reale. Ad esempio si sono eliminate le interiezioni eccessive ed altre si sono aggiunte dove erano necessarie per ragioni di “ritmo”. È stato il lavoro più delicato, dato che il nostro fine era anche far emergere la maniera particolare di parlare dei ragazzi e una ripulitura eccessiva o un adeguamento all’italiano standard avrebbe compromesso questo intendimento. 

Non sono stati corretti i cosiddetti “errori grammaticali” e sono state mantenute una serie di interiezioni non previste dal dizionario della lingua italiana e la cui trascrizione, dunque, ci si è dovuti un po’ inventare, basandosi soprattutto sulla traslitterazione operata dagli stessi studenti quando le utilizzano via Whatsapp o Facebook. Ad esempio il saluto “Uè!” è stato trascritto come “Wè!”.

La rielaborazione (denominata internamente “revisione”) è avvenuta nel seguente modo. Uno studente inventava il dialogo (denominato “sceneggiatura originale”). L’insegnante operava una serie di correzioni, soprattutto di tipo grafico, quindi assegnava il dialogo ad un secondo studente fornendo alcune indicazioni di drammaturgia, che vedremo di seguito, per la prima consistente revisione. Poi il dialogo quasi sempre passava ad un terzo studente, e così via. Vi sono dialoghi che sono stati revisionati sei, sette volte fino ad ottenere un risultato giudicato ottimale. Quando un dialogo veniva restituito praticamente integro dall’ultimo revisore significava che il dialogo funzionava.

 

La drammaturgia

 

Un dialogo che rispettava il format (personaggi coerenti, focalizzazione, 40 battute, realismo, ecc.) non necessariamente però era un dialogo interessante, efficace, comunicativo. La stessa rielaborazione poteva contribuire ad impoverirlo drasticamente. L’intento del lavoro era “realistico”, il che non significa pura registrazione della realtà, ma l’offerta di una sua sintesi significativa. A questo scopo sono state introdotte alcune tecniche di sceneggiatura. 

a. Densità narrativa. I dialoghi dovevano raggiungere una certa “densità”, cioè una sufficiente concentrazione di punti di interesse per non apparire inutili e banali. Per questo si è utilizzata a volte la tecnica della fusione. Quando due dialoghi vertevano sullo stesso tema, ma affrontato in maniera debole, li si fondeva sommando i punti forti ed eliminando i deboli, e amalgamando il tutto. Per questo diversi dialoghi prendono la forma del personaggio principale che conduce la conversazione e l’altro che lo sostiene, con una inversione di ruoli, magari, a metà percorso.

b. Spesso le conversazioni nella vita reale avvengono tra ragazzi con caratteristiche comportamentali e psicologiche assai simili. Non è però la condizione migliore per vivacizzare un dialogo. Così, in alcuni casi, si sono presi due dialoghi su uno stesso tema, e che si sviluppavano tra persone che la pensavano più o meno allo stesso modo, e si sono scambiati i personaggi, associandone due con visioni opposte o diverse, e creando così un contrasto che spingeva in avanti il dialogo. Questa strada comunque, per amore di realismo, non è stata scelta spesso. Come vedremo più avanti, infatti, i ragazzi sono poco inclini a litigare tra loro e dunque si relazionano preferibilmente con coetanei coi quali sono certi di andare più o meno d’accordo. Con gli altri preferiscono non scontrarsi e “lasciarli perdere”. 

L’insegnante è intervenuto sui testi in maniera discreta soprattutto per la parte riguardante la drammaturgia. L’ultima parola comunque l’hanno avuta sempre gli studenti: l’ultima revisione, cioè, è sempre stata loro. Spesso, dopo l’ultima revisione, il dialogo originario era assai poco riconoscibile. Successivamente all’invenzione, il primo revisore riceveva dall’insegnante sia indicazioni di adeguamento dell’originale al target (“porta il dialogo a 40 battute”), sia si tipo drammaturgico. Se ravvisava che vi fossero dei problemi di densità di contenuto, proponeva, secondo le procedure sopra descritte, un accorpamento con altri dialoghi. Oppure suggeriva delle complicazioni interne al dialogo che lo studente doveva poi implementare. Complicazioni del tipo: “e se lui dice quella cosa perché in realtà vuole che…?”, “E se alla fine dicesse quest’altra frase, cosa accadrebbe?” Inoltre segnalava quando uno dei due personaggi perdeva la coerenza interna nel corso del dialogo.

I dialoghi dovevano mantenere una interna tensione che “spingesse” il lettore dalle prime righe alle ultime. Ciò ha richiesto piccole “invenzioni” interne ai dialoghi che venivano discusse tra gli studenti e tra gli studenti e l’insegnante in modo da garantire comunque la verosimiglianza. Come accade anche nella letteratura teatrale, i dialoghi di REST ROOM contengono scarne indicazioni di movimento. In effetti i personaggi nel corso dei dialoghi rimangono sempre appoggiati alla parete in fondo al bagno, e si limitano a gesticolare, ridere, entrare e uscire di scena. Dunque ricade tutto sul dialogo la necessità di mantenere desto l’interesse del pubblico. Così, si è pensato ogni dialogo come ad un racconto, o a un film, e dunque è stato sottoposto alle leggi riguardanti la struttura e la progressione narrativa. Ogni dialogo presenta una prima parte in cui si introducono i personaggi e il tema. Successivamente lo sviluppo porta il tema fino al punto di massimo interesse. Infine una rapida conclusione si sforza di sorprendere o divertire o creare una piacevole aspettativa, ma in ogni caso cerca di inviare un chiaro segnale che il dialogo si sta esaurendo, prima che gli attori fisicamente escano di scena. 

Il lavoro sulla drammaturgia si è dimostrato il più arduo, non solo perché occorre una certa perizia tecnica, ma anche per l’impegno a favore del realismo che ci si era presi: un eccesso di “perfezione” tecnica nella struttura dei dialoghi li avrebbe resi poco verosimili. Nelle conversazioni vere infatti non c’è una conclusione, e le battute non risultano sempre “brillanti”. Così nei dialoghi di REST ROOM si è ricercato un ragionevole compromesso tra esigenze drammaturgiche e realismo. 

 

Il linguaggio giovanile

 

Il modo di parlare dei ragazzi è stato trattato con lo stesso rispetto che si deve ad una qualsiasi lingua straniera. La lingua dei ragazzi è dotata di un suo vocabolario, di proprie regole e di una certa “musicalità”. I revisori correggevano implacabilmente gli interventi dell’insegnante quando giudicati non aderenti ai dettami del loro linguaggio. E le battute venivano modificate quando “non suonavano” bene. 

Il linguaggio giovanile evolve continuamente. Parole alla moda un certo anno possono sparire quello successivo, mentre parole che sono state coniate da generazioni precedenti resistono nel tempo e alcune vengono persino adottate dalla lingua ufficiale. 

Si noterà anche l’ampia presenza di meridionalismi. I ragazzi sono quasi tutti figli o più spesso nipoti di immigrati meridionali. È interessante notare che il linguaggio di un settore socialmente oppresso di cinquanta anni fa, quello dei lavoratori emigrati al Nord durante il boom economico, sia riapparso nella parlata di un altro settore sociale generazionalmente oppresso, i giovani degli anni duemila, attraverso canali sotterranei che sono sfuggiti ai controllori della lingua ufficiale.

Molti studenti passano la loro vita scolastica a litigare con l’italiano accademico. L’italiano scritto è una delle bestie nere della scuola italiana, insieme all’inglese e alla matematica. Fioccano tra gli insegnanti i commenti sulla “povertà” del linguaggio degli adolescenti e sulle tremende offese che ogni giorno essi arrecano alla lingua di Dante. In realtà, come risulta evidente dai dialoghi che offriamo, la lingua dei giovani è del tutto adeguata ad esprimere una vasta gamma di sentimenti e di punti di vista e per di più in maniera vivace e creativa. Semplicemente ciò non accade seguendo le regole della lingua accademica. 

I ragazzi costituiscono un soggetto sociale del tutto privo di potere. Come altri soggetti sociali nelle stesse condizioni ciò li ha spinti a costruire un proprio mondo ed una propria lingua, come un tempo era il caso del dialetto per contadini ed operai. E, come i dialetti, la loro lingua è disprezzata. Eppure proprio come i dialetti il linguaggio giovanile è insuperabile nel restituire la vivacità di storie, aneddoti e personaggi. Gli stessi ragazzi hanno interiorizzato questo disprezzo, e un lascito positivo di questa esperienza didattica è che i ragazzi-sceneggiatori hanno pienamente riconosciuto la ricchezza del proprio linguaggio. 

Da questo particolare punto di vista la scuola può anche essere vista come lo spazio dove si svolge una dura battaglia per imporre ai ragazzi la lingua degli adulti “colti”. Questa esperienza didattica suggerisce che non è vero che i ragazzi non abbiano voglia di scrivere: il corso è stato frequentato anche da studenti che non hanno mai brillato in italiano, eppure hanno scritto tantissimo (e in gran parte fuori dall’orario scolastico), divertendo e divertendosi. E forse la loro difficoltà di scrittura ha a che fare con la maniera con cui si contrappone loro la lingua degli adulti. Dunque, forse, trovare il modo di partire dalla lingua che già i ragazzi praticano per fargliene conoscere un’altra, quella ufficiale adulta, potrebbe essere un approccio didattico con maggiori possibilità di successo.

La battaglia di resistenza condotta dalle generazioni di ragazzi che si succedono nel tempo per difendere la loro lingua o riformare quella ufficiale non è comunque priva di successi. Se il tempo “futuro” sta sparendo dal linguaggio comune (del tutto inutile quando nella frase  sono presenti avverbi di tempo) lo si deve anche a loro. Come si nota dai dialoghi qui proposti, il congiuntivo è in bilico: si salvano ancora i tempi semplici, quelli composti spariscono. Si noti come l’utilizzo della lingua giovanile sia più radicale in alcuni ragazzi, mentre in altri è più sfumata e a volte quasi coincide con quella ufficiale, e come in generale le ragazze tendano a collocarsi tra i due mondi, come una sorta di ponte.  

In breve, REST ROOM “fotografa” il linguaggio giovanile della Milano della metà degli anni 2000. In fondo, si tratta anche di un documento antropologico e linguistico: REST ROOM può essere letto come testimonianza di come i giovani di questo decennio parlano, pensano e agiscono. 

Per questa ragione, dati gli intenti documentaristici del lavoro, saremmo scorretti se non riferissimo di alcune censure che ci si è autoimposti e delle quali il lettore scrupoloso dovrà tener conto. Prima di tutto sono state eliminate le bestemmie, per non urtare la sensibilità religiosa di qualcuno. Per amor di scienza dobbiamo però riferire che l’abitudine di bestemmiare è diffusissima, soprattutto in ambito maschile. E senza alcuna differenza tra chi è credente e chi no. I ragazzi bestemmiano soprattutto con fini esclamativi, quando qualcosa non va o non funziona. Pronunciare una bestemmia è considerato un buon mezzo per esprimere disappunto e in qualche modo sfogarsi. Come si spiega questa abitudine visto che da parte dei ragazzi bestemmiare non ha alcun intendimento antireligioso? Il fatto è che la bestemmia è fortemente sanzionata dal mondo adulto, specie se a pronunciarla è un ragazzo. Nella scuola uno studente che bestemmia può essere immediatamente sospeso. Dal divieto, dunque, deriva la forza catartica della bestemmia.

Inoltre, nei dialoghi che affrontavano temi controversi (politica, religione, ecc.) e che dividono gli stessi ragazzi, si è fatto attenzione a mettere a confronto personaggi con opinioni opposte, anche se nella realtà ciò non accade tanto frequentemente. 

 

Mondo adulto e mondo dei ragazzi

 

Qualche lettore adulto di questi dialoghi rimarrà forse un po’ sconcertato. La visione che hanno i ragazzi del mondo degli adulti è infatti assai critica. I ragazzi vedono la scuola, le istituzioni adulte e molto spesso la famiglia come corpi ostili, oppure come qualcosa dal quale ci si deve difendere. Solo in alcuni -pochi- casi la famiglia è vista come una specie di tana dalla quale allontanarsi il più tardi possibile. I ragazzi imparano così a costruire un proprio mondo, che in generale gli adulti non comprendono, dove affinano notevoli competenze in termini di socialità. Gli adulti hanno scarse relazioni reciproche, non hanno molti “amici”, ad esempio. I ragazzi invece hanno una quantità abbastanza spropositata di contatti, alcuni profondi e altri meno, dimostrando una notevole capacità di gestione delle differenze e delle potenziali contraddizioni. Si sarà notato nei dialoghi, ad esempio, una certa tendenza ad evitare il litigio “duro” e i confronti spiacevoli, e una spiccata spinta a sdrammatizzare. 

Sperare che questi mondi si incontrino, stante l’attuale organizzazione sociale, sarebbe illusorio, ma si spera che qualche adulto curioso, leggendo questo testo, si faccia, per lo meno, “una cazzo di riflessione”.


I dialoghi sono stati raccolti in un libro autoprodotto reperibile in formato Kindle da questa pagina di Amazon.



Di alcuni dialoghi sono stati realizzati i video. La "stagione" è pubblicata su questo canale di youtube. Qui sotto i cinque episodi e il backstage (nella clip del quinto episodio).