LA PROGRESSIONE NARRATIVA


La gran parte dei film presenta una disposizione del materiale narrativo tale da favorire un aumento progressivo del coinvolgimento emotivo del pubblico. Denominiamo questa caratteristica: progressione. La progressione gestisce attentamente le emozioni in maniera che il pubblico sia sempre attento, interessato e colpito da ciò che vede e sospinto a tutta forza verso il finale. 

La progressione non è un’esclusiva responsabilità del linguaggio narrativo: in un film vi contribuiscono ampiamente il linguaggio del montaggio, della fotografia e della recitazione. Il montaggio può accrescere la sensazione soggettiva della progressione con vari accorgimenti, ad esempio aumentando il ritmo (cioè il numero di inquadrature) oppure alternando in maniera serrata due eventi tra loro. La fotografia può drammatizzare scegliendo inquadrature più ravvicinate o distendere la tensione allontanando la camera. La recitazione infine è in grado letteralmente di mettere in scena le emozioni con le quali si vuole che il pubblico entri in sintonia. Questi contributi però devono trovare il terreno narrativo adeguato per esprimere al massimo le proprie potenzialità. Un montaggio veloce può poco se viene sviluppato su una base narrativa debole, con una progressione poco credibile. Accade ad esempio negli action movie che contano molto sugli effetti speciali, la coreografia ed il montaggio col risultato però che il pubblico viene catturato al momento, ma la storia non gli rimane impressa: come dopo un giro sulle montagne russe, lì per lì si è colpiti, poi presto si dimentica. In assenza di una progressione efficace l’intervento suppletivo degli altri linguaggi può addirittura peggiorare il risultato finale: una forte recitazione drammatica, non sostenuta dalla narrazione sottostante, può apparire esageratamente enfatica e precipitare il racconto nel ridicolo. D’altro canto, un primo piano insistito su un viso piangente, senza una adeguata giustificazione narrativa, sembrerà un sotterfugio furbetto e falso e scontenterà certamente una parte del pubblico.

La progressione può essere rappresentata, con ampia forzatura ma sicura efficacia esplicativa, con una curva: si può immaginare un grafico in cui sulle ascisse c'è il tempo filmico e sulle ordinate l'intensità dell'emozione suscitata. Un film può permettersi di cominciare “basso”, ma quel che è certo è che poi deve salire. Questa curva nella gran parte dei film può essere suddivisa in tre sezione: l'apertura, lo sviluppo, la risoluzione. 

L’apertura è il grado di intensità con la quale si decide di invitare il pubblico nella storia. La gran parte dei film cominciano con un basso grado di coinvolgimento. Ciò si ottiene evitando di collocare eventi importanti all'inizio e rilasciando invece le informazioni fondamentali sulla premessa e sulle caratteristiche dei personaggi, oppure adottando un tono contrario a quello che sarà successivamente prevalente e che è stato promesso implicitamente da un film: un thriller può facilmente cominciare mostrandoci i futuri protagonisti impegnati in qualche divertente attività. Dato che il pubblico sa quale genere di film si è accinto a guardare, passerà il tempo dell’apertura aspettandosi da un momento all’altro che i guai comincino. Comunque, in ogni caso, l’apertura a bassa intensità serve a far entrare gradatamente nella storia, a  familiarizzare con ambienti e personaggi, a dare il tempo ad esempio per provare una qualche forma di simpatia nei loro confronti, in modo da facilitare il successivo coinvolgimento emotivo, quando gli eventi si scateneranno. Nei film un’apertura ad alta intensità obbligherebbe a mantenersi sempre sopra quel livello e ad inventarsi sviluppi sempre più forti. Nelle serie tv invece l’apertura ha di solito un'intensità maggiore. Ciò accade per ragioni produttive: una volta che il pubblico di un film è in sala non può scappare ed è disposto a tollerare quindici minuti iniziali dove non accade molto. I programmi tv sono invece sottoposti alla minaccia del telecomando: lo spettatore deve essere subito coinvolto e incuriosito, altrimenti cambia canale. Per questo di solito l’evento scatenante è collocato all’inizio, magari anche prima dei titoli di testa e solo successivamente la narrazione si distende: quindi la curva parte alta, precipita giù e riparte lentamente. 

Dopo l’apertura comincia lo sviluppo, cioè l’ascesa del coinvolgimento emotivo del pubblico.  La curva dunque progressivamente si innalza per tutto lo sviluppo. L’inizio può essere identificato in maniera molto netta e formalizzata in tanti film commerciali statunitensi: coincide di solito con la rottura di un equilibrio prodotto da un inciting incident, un evento scatenante. Del resto molti film ne fanno a meno e la linea si curva lentamente. 

La curva della progressione può essere più o meno ripida, ma in ogni caso non è affatto continua. Vi sono continui saliscendi e la progressione si incarica di alternare il più possibile momenti di distensione a momenti di coinvolgimento. Ciò accade perché difficilmente il pubblico regge una scarica continua e ininterrotta di emozioni. I picchi delle curve corrispondono ad emozioni forti. Far seguire una discesa, significa dare il tempo al pubblico di assorbirla, introiettarla e prepararsi per la prossima. Le discese sono spesso utilizzate del resto per il rilascio di informazioni o per approfondire caratteristiche dei personaggi, iniziative che comunque preparano ad un successivo maggior coinvolgimento, perché non c’è emozione senza conoscenza della storia e dei personaggi. Le tecniche di cui dicevamo sopra hanno tutte un punto in comune: costruiscono un ritmo narrativo, una scansione dove i picchi sono costituiti dai successi o dagli insuccessi dei personaggi.

Le discese intermedie però generalmente si fermano ad un livello comunque più alto di quella precedente. I film tendono a mantenere un filo di tensione verso l’alto, perché è questa sensazione che spinge il pubblico a “desiderare” di andare di corsa verso il finale. 

Lo sviluppo procede verso l’alto sino ad arrivare ad un punto di massimo coinvolgimento che si chiama, secondo l’accezione anglosassone e non quella latina, “climax”. Si tratta di un’emozione liberatoria, cui ha teso tutto il film: è il momento in cui muore il protagonista, o dove finalmente prevale sul suo antagonista o il momento in cui i due finalmente si dichiarano, ecc. Nelle soap opera e in alcuni serial la puntata si interrompe un momento prima del supposto climax. L’intento è evidente: spingere il pubblico a vedere la puntata successiva. Quando si scoprirà che il climax verrà ulteriormente rimandato oppure consumato riempiendo alcune puntate.

Il climax precede la risoluzione. Dopo il climax, non vi sono più sorprese. La risoluzione fa parte del contratto implicito quando si entra al cinema, non significa necessariamente l'happy end, ma un finale soddisfacente, che al pubblico appaia "logico", viste le premesse. La risoluzione interviene dopo il climax ed è la quieta constatazione della risoluzione dei conflitti e dei problemi cui il pubblico ha assistito per tutto il film. 

Non necessariamente il finale coincide con la risoluzione. La risoluzione è la parte del film senza sorprese che accompagna il pubblico verso il finale. Il finale è l’ultimo momento del film, esso può essere conclusivo, oppure aperto se non dà una soluzione o lascia aperto a varie interpretazioni. 


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La progressione nella narrazione cinetelevisiva
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